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DIOCESI di ADRIA-ROVIGO

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XXVI Giornata Mondiale del Malato, domenica 11 febbraio, Chiesa della "Commenda"-Rovigo

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«Se vuoi puoi guarirmi!» La preghiera del lebbroso esprime l’invocazione che chi vive la malattia porta nel cuore. E’ una preghiera bellissima nella sua brevità. Inizia con un «se»: questo «se» dice tutta la discrezione di chi chiede qualcosa, ma lascia all’altro la libertà di soddisfare o meno la sua richiesta. E’ una preghiera che obbliga Gesù a svelarsi, a rendere manifesto il suo desiderio. E’ come se il lebbroso dicesse a Gesù: «Qual è il tuo desiderio? Qual è la tua volontà su di me? Vuoi la mia sofferenza o la mia guarigione?».
La reazione di Gesù è descritta innanzitutto come un impeto di commozione («ne ebbe compassione») e poi come un gesto («tese la mano e lo toccò»). E’ interessante notare il modo con cui Gesù guarisce il lebbroso: non si limita a dire una parola di guarigione, ma compie un gesto che lo fa entrare in contatto fisico con il lebbroso. La compassione si traduce in un’azione: Gesù sente il dolore del lebbroso e se ne fa carico: la compassione infatti spinge a non abbandonare l’altro alla solitudine della sua sofferenza. Commenta a questo proposito un filosofo (Emmanuel Levinas) «Soffrire non ha senso, ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza, è la mia più grande dignità. La compassione, cioè etimologicamente, soffrire con l’altro, ha un senso etico. E’ la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo».
Gesù guarisce il lebbroso perché toccandolo elimina la separazione, ripristina una relazione con quell’uomo che era escluso e condannato a vivere la sua sofferenza nella solitudine e nell’isolamento. La guarigione prima ancora di essere scomparsa dei sintomi, è ritrovare la relazione, sentirsi importante agli occhi di un altro.
Il miracolo compiuto da Gesù è un fatto straordinario, che però rimanda a qualcosa che noi tutti possiamo fare nell’ordinarietà della vita. Come tutti i miracoli di Gesù è un segno che ci rimanda al nostro quotidiano.
Come Gesù anche noi siamo ogni giorno interpellati dai nostri fratelli ammalati. La supplica «se vuoi puoi guarirmi» è rivolta anche a noi. Certo noi non possiamo fa scomparire il male fisico, ma possiamo provare compassione e decidere di tendere la mano e di toccare il malato, prendendoci cura di lui, facendogli sentire che non la sua sofferenza è anche la nostra sofferenza. La guarigione comincia quando sento che un altro mi sta accanto e non mi lascia solo a soffrire.
E’ l’esperienza di Maria, sotto la croce di Gesù: il dolore per la crocifissione del Figlio trafigge l’anima di Maria, ma non la paralizza: ai piedi della Croce Lei accetta una nuova e più grande maternità. «Donna ecco tuo Figlio». Maria la madre dolorosa, insegna ai discepoli a stare sotto la Croce e a rendere la compassione (il patire assieme) una sorgente di vita.
E’ questo il messaggio che Maria continua a darci, in particolare dal Santuario mariano di Lourdes, di cui ricorre la festa oggi 11 febbraio, giornata mondiale del malato. Come ebbe a scrivere San Giovanni Paolo II : «Lourdes, santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano, è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell'accettazione e dell'offerta della sofferenza salvifica».
Affidiamo alla Vergine di Lourdes i nostri fratelli ammalati, chiediamo per la sua intercessione di saper soffrire assieme a loro, facendoci carico per amore delle loro sofferenze fisiche e spirituali.

+ Pierantonio

Vescovo Emerito Lucio

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