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DIOCESI di ADRIA-ROVIGO

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Omelia del Vescovo Pierantonio, Pasqua di Risurrezione 2018

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La Pasqua è la festa cristiana per eccellenza: ciò significa che non solo è la festa dei cristiani, ma che per viverla in modo significativo occorre credere. In altri termini oggi possiamo far festa solo se ci lasciamo coinvolgere in un percorso di fede che ci porti ad incontrare Gesù come il Vivente.
Gesù il Crocifisso è risorto e ci offre una vita nuova, liberata dal peccato e dalla morte. In altri termini egli promette di esaudire il desiderio di ogni creatura umana: quello di non essere schiavi ma uomini liberi. Questo dono passa attraverso un incontro, un’esperienza vitale: non si tratta di aderire ad un’idea, ad una filosofia, ma di una relazione intima e personale con una persona vivente, la persona del Risorto.
Come è possibile incontrare il Risorto? Gli scritti del Nuovo Testamento ci propongono l’esperienza della prima comunità cristiana a partire dai discepoli che per primi hanno incontrato il Risorto e hanno creduto in lui.
Un primo passo che ci viene indicato è il desiderio di incontrarlo, che si traduce in una ricerca. Gesù si fa incontrare da chi lo cerca. Maria Maddalena, va al sepolcro quando ancora era buio: il riferimento non è solo all’ora ma anche e soprattutto al suo stato d’animo. Va al sepolcro con il buio nel cuore: tristezza, desolazione, sconforto. L’unico che l’aveva capito non c’è più, è morto, ma lei va ugualmente a cercarlo spinta dall’amore. Noi sentiamo il desiderio di incontrare Gesù? Siamo disponibili a cercarlo, anche quando siamo delusi, provati, sofferenti?

Una seconda indicazione ci viene dal sepolcro, che costituisce la meta delle donne e dei discepoli il mattino di Pasqua: potrebbe sembrare contraddittorio cercare un Vivente in una tomba eppure tutti corrono al sepolcro. Anche noi per trovare Gesù dobbiamo passare per il luogo del dolore e della morte. La risurrezione comincia da una tomba, non solo il sepolcro di Gesù ma le tante tombe degli uomini, cioè dai tanti luoghi di dolore e di morte. Se non prendiamo la decisione di andare anche noi verso questi luoghi di dolore, se non entriamo dentro le ferite che il male procura agli uomini non potremo accogliere l’annuncio della risurrezione e incontrare il Risorto. La Pasqua non è evasione dai drammi dell’umanità: ci chiede invece di farcene carico, come Gesù si è fatto carico di tutto il dolore del mondo e proprio in questo modo lo ha riscattato.
In terzo luogo l’incontro con Gesù viene mediato dai segni: il sepolcro vuoto, i teli e il sudario ripiegati sono un appello alla fede. Del discepolo amato, si dice che «vide» e «credette». Anche noi abbiamo la possibilità di vedere dei segni che sono costituiti innanzitutto dalla testimonianza della vita di coloro che hanno conosciuto Gesù. Sono segni che vanno interpretati secondo le Sacre Scritture: vedere i segni e ascoltare la parola che li interpreta ci porta ad una relazione personale con il Cristo.
Fare Pasqua allora vuol dire vivere anche noi questo cammino: amare e cercare il Signore anche quando sembra farsi assente; mantenere vivo il legame con lui attraverso il ricordo delle sue parole e dei suoi gesti; lasciarci attrarre e condurre in una fedele appartenenza; ascoltare la Parola di Dio per interpretare i segni dello Spirito nella nostra vita e nella nostra storia. Vivendo questi atteggiamenti spirituali apriremo lo spazio in cui il Risorto possa venirci incontro e chiamarci per nome.

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