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DIOCESI di ADRIA-ROVIGO

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Omelia del Vescovo Pierantonio per la grande Veglia del Sabato Santo

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La grande veglia che celebriamo in questa notte ha un legame profondo con il battesimo: nella chiesa antica infatti il battesimo (ma sarebbe meglio dire l’iniziazione cristiana che comprende anche il sacramento della confermazione e l’ammissione alla eucaristia) veniva conferito proprio durante questa veglia. E’ quello che anche noi faremo tra poco per cinque catecumeni (una famiglia - papà, mamma e figlia – e due donne).
Diventare cristiani (è questo il significato dell’espressione «iniziazione cristiana») è infatti partecipare alla morte e alla risurrezione del Signore, è morire alla vita «vecchia» segnata dal peccato, per rinascere alla vita «nuova», una «vita liberata» da Cristo.
Con la sua morte e resurrezione Gesù ha aperto all’umanità la possibilità di vivere nella libertà dei figli di Dio: per poter godere di questa vita nuova è necessario accoglierla con un’adesione personale. Ciò avviene nel sacramento del battesimo, (che per gli adulti, a differenza di quanto accade per i bambini, è conferito assieme alla cresima ed è seguito dalla prima partecipazione all’eucaristia). Il battesimo, richiama simbolicamente la morte e la resurrezione di Gesù: ciò era molto evidente nella prassi della chiesa antica, quando veniva conferito per immersione. Chi chiedeva di diventare cristiano scendeva nella vasca del battistero e veniva come sommerso dall’acqua. Questo gesto rappresentava la morte –la morte di Gesù - ma anche la morte al peccato del catecumeno. La vasca simbolicamente poteva essere vista come il sepolcro nel quale era stato deposto il corpo di Gesù. L’uscita dall’acqua poi richiamava la resurrezione. Comprendiamo allora le parole di Paolo nel brano della Lettera ai Romani, letto poco fa: «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova».
Approfondiamo questo concetto: essere cristiani vuol dire essere uniti a Cristo in una vita che ha già vinto il peccato e la morte; significa avere in noi la forza della sua Pasqua, quella forza che ha ribaltato la pietra che chiudeva il sepolcro e ha risuscitato Gesù, facendo di Lui il Vivente.

Le espressioni usate da Paolo ci dicono che il battesimo ci unisce a Cristo, in qualche modo ci assimila a lui, così da essere trasformati in nuove creature: siamo crocifissi con lui, siamo sepolti con lui, siamo stati uniti (ma sarebbe meglio tradurre «piantati», «innestati» in lui). Con il battesimo anche noi siamo «morti al peccato»: siamo cioè liberati dalla schiavitù e dal condizionamento del male.
A differenza di Gesù, la nostra rinascita però non è compiuta definitivamente con il battesimo: lo sarà al termine dell’esistenza terrena quando, passato attraverso la morte fisica, anche il nostro corpo risorgerà. Dopo aver ricevuto il battesimo la nostra esistenza di cristiani è un continuo morire per risorgere: seguire Gesù infatti ci chiede di fare dono della nostra vita, come ha fatto Gesù: donarci è sempre un po’ morire. Lo sperimentiamo quando per amore ci sacrifichiamo per il bene delle persone amate, quando rinunciamo al nostro orgoglio per perdonare chi ci ha offeso, quando accettiamo di dare fiducia a chi ci ha deluso (e qui penso al cammino di fedeltà degli sposi cristiani), quando affrontiamo ostilità e avversione per difendere l’onestà e la giustizia nel lavoro e nella vita sociale. Proprio in questo continuo «morire» per amore noi sperimentiamo di essere come lui «crocifissi» e «risorti» e riviviamo ogni giorno il dinamismo della Pasqua, il paradosso di una morte che dà vita.
Ricordando la resurrezione di Gesù dai morti, dobbiamo prendere coscienza di quella resurrezione che ci è stata donata nel nostro battesimo. Dobbiamo sentire la bellezza e la grandezza di essere cristiani: non siamo più dei morti, dei viventi.
L’augurio che ci scambiamo è proprio quello di camminare nella vita nuova che Cristo ci ha donato!
 

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