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DIOCESI di ADRIA-ROVIGO

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Ammissione tra i candidati all'ordine sacro del Diaconato e del Presbiterato

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Siamo ormai alla fine dell’itinerario quaresimale e la liturgia di questa quinta domenica di Quaresima ci propone un brano evangelico in cui Gesù stesso parla dalla sua «ora». Ai discepoli che gli riferiscono la richiesta dei greci di vederlo, Gesù risponde dicendo che la sua ora è arrivata e che quando sarebbe stato innalzato da terra avrebbe attirato tutti a sé. Gesù prova turbamento al pensiero di ciò che lo attende. Egli condivide l’angoscia di ogni uomo di fronte alla morte e come dice la lettera agli Ebrei nella seconda lettura «nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a Dio, venne esaudito». L’obbedienza al Padre e l’amore per gli uomini sono per Gesù più preziosi della sua stessa vita. Egli sa che «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto». Egli non è venuto sulla terra per «rimanere solo», ma per «portare molto frutto». Nel brano evangelico che abbiamo ascoltato la via per portare frutto, ossia per raccogliere i dispersi, viene chiaramente indicata: «Chi ama la propria vita la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna». Queste parole di Gesù appaiono incomprensibili da un punto di vista umano: tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica. Come si può allora «odiare» la propria vita? Il senso delle espressioni «amare» e «odiare» la vita si può intendere solo guardando a come è vissuto Gesù: lui ha vissuto tutta la sua vita amando gli uomini più di se stesso. La morte in croce rappresenta l’ora in cui questo amore si è manifestato nella sua pienezza: è il momento culminante della storia umana, il punto più alto di amore che l’uomo ha potuto vivere.
E’ questo il contesto in cui si colloca anche il rito dell’ammissione, che ora stiamo per compiere.

Due giovani, Mattia e Nicolò, manifesteranno la loro disponibilità a mettersi a disposizione della Chiesa per il ministero sacro e io accoglierò questa loro offerta, ammettendoli tra i candidati al diaconato e al presbiterato. Questo rito è una chiamata per questi due nostri amici a continuare la loro formazione configurando la loro vita a Cristo Buon Pastore. Leggiamo nella Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis: «La formazione si concentra nel configurare il seminarista a Cristo Pastore e servo, perché, unito a lui, possa fare della propria vita un dono di sé agli altri. Questa configurazione esige un ingresso profondo nella contemplazione della Persona di Gesù Cristo, Figlio prediletto del Padre, inviato come Pastore del Popolo di Dio» Occorre in altri termini che il candidato faccia crescere in sé il desiderio e la capacità di offrire se stesso nella cura pastorale del Popolo di Dio.
E’ bello poter fare festa oggi per questo passo che voi compite, ma non dobbiamo dimenticare quello che il Signore chiede ai suoi discepoli. Il cammino che vi sta davanti, cari Mattia e Nicolò, è segnato dalla croce di Gesù: anche voi dovete come lui imparare giorno per giorno a dare la vostra vita: ciò non significa solo spendervi in attività pastorali, ma più in profondità saper morire a voi stessi per fare la volontà del Signore e servire i fratelli. Gli anni che vi stanno davanti sono un tempo per allenarvi a questa offerta continua della vostra vita, che è il centro del ministero sacro a cui il Signore vi chiama.
Vorrei sottolineare due aspetti che mi sembrano particolarmente importanti per la vostra formazione. Il primo è l’umiltà e la docilità. Offrire la propria vita significa infatti saper essere umili e docili strumenti nelle mani di Dio, accettando anche di mettersi in discussione e di rinunciare ai propri obiettivi per il bene della chiesa, imparando a praticare l’obbedienza. Il Seminario in questo senso è scuola di obbedienza, per imparare, attraverso la guida dei formatori proposti dal Vescovo, a cercare non la propria volontà ma quella di Dio.
Il secondo è la fraternità. Offrire la propria vita poi comporta saper vivere nella fraternità: questo è vero per ogni cristiano, ma in particolar modo per chi è chiamato al ministero. Non si può costruire fraternità se non si vive personalmente la fraternità, prima di tutto nel presbiterio. Il Seminario allora deve essere scuola di fraternità, cercando di costruire relazioni profonde in cui ci si accetta nella diversità e ci si aiuta apprezzando le qualità dell’altro e sostenendosi a vicenda.
Mentre ringraziamo il Signore per la generosità di questi giovani che hanno saputo rispondere alla chiamata che hanno avvertito nel loro cuore, preghiamo perché possano sempre di più essere configurati a Gesù, abbracciando la sua Croce che attraverso la morte ci porta alla vita.

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