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DIOCESI di ADRIA-ROVIGO

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Omelia del Vescovo Pierantonio per la Messa Crismale

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Cari presbiteri, cari diaconi permanenti, religiosi e religiose, fedeli laici, a tutti giunga il mio saluto e il mio benvenuto a questa celebrazione, in cui si manifesta la comune vocazione di tutti i battezzati ad essere popolo sacerdotale, un popolo cioè chiamato a portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio.
Con particolare gioia desidero salutare i confratelli che quest’anno festeggiano un giubileo sacerdotale: abbiamo ricordato i loro nomi all’inizio della messa.
Anche se fisicamente lontani sentiamo presenti spiritualmente in questa nostra assemblea i nostri confratelli in missione o in servizio all’estero: don Giuseppe Mazzocco in Mozambico, don Marcello Prandi in Ecuador, don Matteo De Mori in servizio presso la Nunziatura Apostolica di Londra (don Luca Marabese è qui con noi).
Un affettuoso saluto desidero rivolgere anche al mio predecessore, mons. Lucio Soravito De Franceschi, che all’inizio dell’anno è rientrato a Udine nella sua Diocesi di origine ma a cui continua a legarci la riconoscenza per il generoso servizio prestato alla nostra Chiesa negli undici anni del suo episcopato.
Prima di entrare nel Triduo, la Pasqua celebrata in tre giorni, siamo invitati a riscoprire il dono dell’unzione spirituale con cui tutti i membri della Chiesa sono stati consacrati sacerdoti, profeti e re. All’unzione spirituale del Cristo, sacerdote, profeta e re si richiama anche la speciale consacrazione con cui il Vescovo, i presbiteri e i diaconi sono costituiti a servizio del popolo sacerdotale, dal quale sono stati assunti e per il quale sono stati costituiti ministri. A ragione pertanto potremmo definire questa messa crismale come la «festa del sacerdozio»: non solo il sacerdozio ministeriale ma anche quello comune fondato sul battesimo, perché l’uno non può mai essere pensato senza l’altro.
Mi rivolgo a Voi, cari presbiteri e diaconi, che con me condividete la grazia ma anche il peso di servire questo popolo santo di Dio, che è in Adria-Rovigo.

Vorrei che vivessimo questo momento come una festa vera, ritrovando la gioia della nostra vocazione e del nostro ministero. Una festa autentica, perché non ci limitiamo a mettere tra parentesi la nostra vita di ogni giorno, ma troviamo gioia e consolazione proprio a partire dalle fatiche che segnano le nostre giornate e - ahimé - spesso ci logorano nel corpo e nello spirito.
Mi piacerebbe poi che collocassimo questa celebrazione nel cammino che stiamo percorrendo come presbiterio (e prossimamente anche coinvolgendo l’intera comunità diocesana): in questi mesi abbiamo cercato di delineare insieme, attraverso alcuni momenti di confronto e di condivisione, le vie grazie alle quali tenere vive le nostre comunità cristiane in un contesto ecclesiale e sociale in profonda evoluzione. A questo percorso, volto a rinnovare il volto e la presenza della nostra chiesa sul territorio, collego anche l’inizio di una nuova esperienza missionaria in Mozambico: oltre ad aprirci alla dimensione della chiesa universale auspico che la conoscenza di un’esperienza di chiesa giovane, ricca di entusiasmo e aperta alla missione ci aiuti a trovare anche noi le vie per quella «riforma» in chiave missionaria di cui sentiamo il bisogno e l’urgenza.
Siamo consapevoli che questo tempo – per dirla con Papa Francesco - è non soltanto «un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca». Vediamo che, anche a prescindere dalla nostra volontà, in futuro, anche nel prossimo futuro, tante abitudini e tanti modi di fare consolidati dovranno cambiare. E’ comprensibile provare disagio e sofferenza di fronte a questa prospettiva. E’ forte la tentazione di limitarsi a «sopravvivere», subendo i cambiamenti e rinunciando ad esserne protagonisti. Papa Francesco così descrive questa tentazione: «Un male che può installarsi a poco a poco dentro di noi, in seno alle nostre comunità. L’atteggiamento di sopravvivenza ci fa diventare reazionari, paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi. Ci proietta all’indietro, verso le gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte. (…) La tentazione della sopravvivenza ci fa dimenticare la grazia, ci rende professionisti del sacro ma non padri, madri o fratelli della speranza che siamo stati chiamati a profetizzare. Questo clima di sopravvivenza inaridisce il cuore dei nostri anziani privandoli della capacità di sognare e, in tal modo, sterilizza la profezia che i più giovani sono chiamati ad annunciare e realizzare. In poche parole, la tentazione della sopravvivenza trasforma in pericolo, in minaccia, in tragedia ciò che il Signore ci presenta come un’opportunità per la missione» (Papa Francesco, Omelia del 2 febbraio 2017).
Mi sembra che la prima fondamentale risorsa per vincere la tentazione della sopravvivenza sia quella di tornare all’unzione spirituale che sta alla radice sia del nostro sacerdozio ministeriale, sia del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio. Dobbiamo ravvivare la consapevolezza di questo dono che abbiamo ricevuto il girono della nostra ordinazione. Con questa unzione siamo stati consacrati: come Gesù abbiamo ricevuto il dono dello Spirito per essere configurati a lui e poter agire non solo in nomine Christi, ma anche in persona Christi. È lo Spirito che ci guida e trasforma ciò che per noi è impedimento ed ostacolo in una opportunità per la missione. Abbiamo bisogno allora di imparare a leggere nello Spirito quanto stiamo vivendo, perché solo così troveremo le risposte adeguate: non le nostre risposte, ma quelle che lo Spirito ci suggerisce.
Una seconda risorsa sta nell’unità del presbiterio: troveremo forza nel vivere la fraternità e la comunione tra presbiteri e con il Vescovo. Lascio la parola ancora una volta a Papa Francesco: «Il Signore ci ha chiamati per essere una comunità, di modo che la carità riunisca tutti i sacerdoti, con uno speciale vincolo, nel ministero e nella fraternità. Per questo occorre l’aiuto dello Spirito Santo, ma anche la lotta spirituale personale (cfr. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 87). Questo non è passato di moda, continua ad essere attuale, come nei primi tempi della Chiesa. Si tratta di una sfida permanente per superare l’individualismo e vivere la diversità come un dono, cercando l’unità del presbiterio, che è segno della presenza di Dio nella vita della comunità. Il presbiterio che non mantiene l’unità, di fatto, scaccia Dio dalla propria testimonianza. Non testimonia la presenza di Dio. Lo manda fuori» (Francesco, Discorso alla comunità del Pontificio Collegio Spagnolo di San José in Roma).
Una terza risorsa infine è l’«alleanza» con il nostro popolo: prendo questa espressione dal verbale della nostra assemblea di inizio anno pastorale, in cui si legge «Nel contesto storico e sociale in cui viviamo ci si deve preparare al cambiamento, coinvolgendo preti e laici in profonda alleanza». I nostri fedeli, le nostre comunità, quindi possono diventare la nostra forza, ma hanno bisogno di essere coinvolti, cioè ascoltati, guidati, formati. Oggi talvolta rischiano di essere invece la «controparte» del Vescovo e dei presbiteri, in quanto di fronte ad ogni cambiamento la tentazione (reciproca) è quella di porsi in un atteggiamento di rivendicazione e di difesa. In particolare dobbiamo aiutare i nostri laici a scoprire che la chiesa non è solo un centro di servizi religiosi o sociali, a cui si va ad attingere senza mai dare nulla, ma è il luogo della comunione e della testimonianza, dove si fa esperienza della vita buona del Vangelo e dove ognuno è chiamato a portare il proprio contributo. Sono convinto che nelle nostre comunità ci sono laici disponibili a mettersi in gioco per vivere una nuova stagione di chiesa con più corresponsabilità e con spirito missionario. Hanno però bisogno della nostra parola e del nostro sostegno.
Fra poco rinnoveremo le promesse fatte il giorno della nostra ordinazione e metteremo nuovamente la nostra vita nelle mani di Dio, che ci ha scelti e consacrati per essere suoi ministri, configurandoci a Cristo suo Figlio. Chiediamo la grazia di sentire la gioia e la consolazione di questa chiamata e con il Salmo ripetiamo la nostra fiduciosa preghiera: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.  Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità.» (Salmo 16).

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