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Omelia del Vescovo Pierantonio per la Solennità di San Bellino, Patrono della Diocesi - messa vespertina (Duomo di Rovigo, 27 novembre 2017)

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Le notizie storiche, a dire il vero piuttosto scarne, ci consegnano del nostro Patrono San Bellino, l’immagine di un Vescovo zelante, impegnato a difendere la libertà della chiesa di fronte al potere secolare e a promuoverne il rinnovamento spirituale. Allo stesso tempo il Vescovo Bellino ci appare attento ai problemi sociali del suo tempo, ad esempio intervenendo per la liberazione dei «servi della gleba», veri e propri schiavi dei proprietari terrieri. Per questo la preghiera di colletta ricorda di lui «la fede intrepida e la carità ardente».
Che cosa comporta per noi cristiani del XXI secolo ricordare questo Patrono vissuto novecento anni fa? Come tradurre oggi il suo messaggio e il suo esempio? E’ sempre la preghiera di colletta indicarci la risposta a questa domanda: «concedi a noi di vivere e operare sempre nella libertà dei tuoi figli per l’edificazione del tuo Regno». Venerare San Bellino dunque significa rinnovare il nostro impegno per lavorare in questo tempo e in questa città per il Regno di Dio, perché proprio per questo tempo e per questa città Dio ha un progetto di salvezza e tocca ai cristiani annunciarlo e renderlo visibile.

Non è affatto scontato parlare di un progetto e di una salvezza: è più facile pensare ad un declino, alla mancanza diprospettive, all’impossibilità di immaginarci un futuro. Anche a noi è chiesta la «fede intrepida» di San Bellino per vincere la tentazione di questi pensieri negativi: è necessaria una fede che si traduca in impegno e in testimonianza.

E’ sempre in agguato infatti il pericolo di quello che Papa Francesco, ricordando la testimonianza di don Primo mazzolari, ha definito lo «spiritualismo disumanizzante»: «Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. E’ la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. “I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora”. Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione».
In altri termini l’autenticità della nostra fede cristiana si manifesta nell’impegno a cambiare questa società, mettendo in essa il lievito del Vangelo. L’azione sociale e l’impegno politico appaiono oggi una forma esigente di testimonianza cristiana. Un editoriale di Avvenire, il quotidiano cattolico, commentava ieri la chiusura della fase diocesana del processo di canonizzazione di don Luigi Sturzo con queste parole: «Non è mai semplice per un cattolico scegliere l’impegno politico. Devi fare i conti con gli ex amici che ti accusano di carrierismo, con la litania delle infinite mediazioni, con il dovere di agire per il bene di tutti pur appartenendo a un gruppo, con il rischio di evadere la realtà per osservarla dal pulpito dei privilegiati. Un’impresa difficile, soprattutto per gli apripista, quelli che a giochi fatti chiamiamo “profeti” (…) Ecco la allora la sfida di un messaggio di salvezza che si cala nella storia concreta, capace di leggere e assecondare il cambiamento, che si rivolge a tutti gli uomini e a tutto l’uomo. Non solo un afflato spirituale, per quanto nobile, ma una chiave interpretativa del reale, una lente d’ingrandimento, una luce accesa sulle sfide sociali e sui mali del tempo».
Abbiamo bisogno anche oggi di questi profeti, di cristiani cioè che sappiano servire e non servirsi della politica, che mettano il «noi» davanti al culto narcisistico del proprio io e dei propri interessi.
L’impegno sociale e politico vissuto in una prospettiva evangelica si presenta come una vera e propria via di santità: San Bellino ci aiuti a percorrerla senza timore di donare anche noi come lui la nostra vita. L’amore del Padre celeste sarà la nostra forza e la nostra ricompensa!

Vescovo Emerito Lucio

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